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Liquidazione Giudiziale di Maxifrutta: incertezza per i dipendenti dell'azienda padovana dopo un anno di ammortizzatori sociali. La rabbia e l’indignazione della Filcams Cgil Padova

Vertenza Maxifrutta, la Filcams Cgil Padova denuncia il muro di gomma della proprietà: lavoratori senza buste paga e senza ammortizzatori

La parabola della Maxifrutta di Padova giunge al suo atto più drammatico con l'ufficializzazione della Liquidazione Giudiziale, avvenuta a inizi di aprile, lasciando dietro di sé una scia di incertezza per le decine di famiglie coinvolte. Dopo un anno di crisi profonda, gestita attraverso il ricorso alla cassa integrazione straordinaria, lo scenario che si prospetta oggi è quello di un totale abbandono delle lavoratrici e lavoratori da parte della proprietà. Nonostante i tentativi di mediazione e le rassicurazioni fornite durante le fasi più critiche della vertenza, il passaggio alla procedura fallimentare ha fatto emergere una gestione dei rapporti di lavoro che la Filcams Cgil di Padova definisce “irrispettosa della dignità di chi, per decenni, ha contribuito al successo dell'impresa. Davvero una pessima prova di riconoscenza”.

"Succede — spiegano la Segretaria Generale della Filcams Cgil Padova, Giorgia Marchioro e Luca Rainato, il funzionario della categoria che sta seguendo i dipendenti coinvolti in questa vertenza — che dopo un anno di cassa integrazione, terminata a febbraio 2026, speravamo che l’azienda continuasse a onorare almeno gli accordi sulle rate del TFR a partire dal primo di marzo. Ma purtroppo ci siamo invece accorti che ciò non avveniva, con grave danno agli ex dipendenti lasciati soli in un vuoto economico insostenibile proprio mentre veniva dichiarata la Liquidazione Giudiziale".

"Dei sessanta lavoratori coinvolti all'inizio di questa vicenda — proseguono i due sindacalisti — ne sono rimasti oggi circa una ventina, che stanno letteralmente impazzendo nel tentativo di recuperare le proprie buste paga. Bussano alle porte dell’azienda ma non risponde nessuno. La situazione è diventata grottesca: ci sono dipendenti che non hanno ancora ricevuto dall'Inps i mesi di gennaio e febbraio di cassa integrazione perché l'ente comunica che mancano adempimenti tecnici da parte aziendale. È paradossale che i titolari, ormai in pensione, non sentano il dovere morale di prodigarsi per sistemare queste pendenze, permettendo a chi ha creato ricchezza e benessere per loro di accedere a ciò che gli spetta di diritto. Senza contare la beffa delle ferie arretrate: chi ne ha accumulate molte le perderà tutte."

"Questa vicenda — concludono Marchioro e Rainato — mette a nudo le storture di un sistema in cui le conseguenze di una liquidazione giudiziale (che poi non è altro che l’espressione tecnica che ha sostituito, con la riforma del Codice delle procedure concorsuali del 2022, quello che una volta veniva chiamato semplicemente fallimento) ricadono puntualmente sull'ultima ruota del carro, ovvero le lavoratrici e i lavoratori. Ma c'è un'ulteriore ingiustizia di fondo: pur essendo un sostanziale fallimento privato, il peso viene scaricato interamente sulle spalle della collettività. Mentre la proprietà si ritira a vita privata, sono lo Stato e i contribuenti a doversi fare carico, attraverso il Fondo di Garanzia Inps e gli ammortizzatori sociali, di costi e mancanze che dovrebbero appartenere al rischio d'impresa. È inaccettabile che il profitto resti privato mentre le macerie e i debiti diventino un peso pubblico, lasciando nel frattempo chi ha lavorato con dedizione a elemosinare documenti e diritti elementari." 

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