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Franco Longo una vita per i lavoratori e la democrazia

Intervento di Eugenio (Ennio) Girardi al convegno tenutosi il 13 maggio 2011 alla sala della Gran Guardia di Padova, organizzato dal Centro Studi Ettore Luccini e dalla fondazione “Nuova Società”.

 

Ho conosciuto Franco Longo nel 1967 anche se, già da alcuni anni, leggevo le sue puntuali corrispondenze sulle pagine regionali de l'Unità.

Erano gli anni sessanta, di quella che fu chiamata la “generazione del Vietnam”. Anche a Padova c'erano nuovi fermenti, stavano crescendo le iniziative, il dibattito politico, c'erano i primi segni del 68 studentesco. Il 67 era stato l'anno del colpo di stato dei colonnelli fascisti in Grecia e molti studenti democratici greci diventarono improvvisamente dei rifugiati politici. Gli studenti comunisti iraniani, guidati dall'indimenticabile Feri , che anni dopo verrà incarcerato, torturato e ucciso dal regime komeinista, manifestavano allora contro il regime dello Scià. Ed era anche l'anno della “guerra dei sei giorni”, con la quale Israele si appropriò, a scapito del popolo palestinese, tutta la Palestina storica. Ma era anche l'anno, dopo un periodo di difficoltà e di stagnazione, di ripresa delle lotte operaie, delle prime vertenze sulle pensioni, sulla casa, sulle “gabbie salariali”. L'8 ottobre del 67 Ernesto Che Guevara veniva ucciso in Bolivia. Nella Bassa i braccianti lottavano ancora contro gli agrari e contro i crumiri guidati dal fascista Freda.  Su questi fatti ci furono, a Padova e nel Veneto, numerosissime manifestazioni.

Il corrispondente de l'Unità “Franco Longo”, che aveva sostituito il compagno Mario Passi, passato a scrivere sulle pagine nazionali, aveva dunque molto materiale a disposizione per le sue cronache quotidiane. In quel tempo scriveva più di un articolo al giorno e, dato che veniva pagato un tanto ad articolo pubblicato, riusciva a mettere insieme alla fine del mese l'appena sufficiente per vivere.

Poi venne il 68, l'anno del maggio studentesco, delle manifestazioni al grido di “Ho Ci Min”, della primavera di Praga guidata da Alexander Dubcek, quella del socialismo dal volto umano, che aveva suscitato in noi giovani comunisti italiani una grande speranza di rinascita democratica anche nei paesi dell'Est, speranza che pochi mesi dopo fu demolita dai carri armati sovietici. Il 17 ottobre del 68, alle olimpiadi di Città del Messico, dove pochi giorni prima l'esercito aveva sparato sui giovani che volevano libertà e democrazia, gli atleti neri americani Smith e Carlos, dal podio dove erano saliti vincitori a tempo di record mondiale, alzarono il braccio con il pugno chiuso in segno di protesta contro le norme razziste ancora vigenti negli USA.

E' in questo quadro politico, che suscitava in noi rabbia, speranze, ideali, voglia di fare qualcosa per cambiare in positivo il mondo, che mi sono trovato a frequentare con assiduità in quell'anno la Federazione, assieme a Franco e ad  Elio Armano, per dare un contributo alla causa della libertà e della democrazia.

Ma quello che mi porterà alla decisione di diventare di fatto un cosiddetto “funzionario del partito” sarà il lavoro di collaborazione che Franco, diventato allora responsabile della commissione fabbriche del PCI,  mi propose. Lavorai per anni al suo fianco, prima come costruttore del Partito nelle fabbriche con un contributo nazionale, poi dal 1970 a tutti gli effetti,quando fui assunto dal segretario della Federazione Antonio Papalia.

Siamo dunque nel '68: a quel tempo in molte fabbriche del padovano ancora non esisteva una  organizzazione sindacale. Punti di forza erano le Officine Mecaniche Stanga, la Galileo di Battaglia, la Breda e la Parpas di Cadoneghe, la Peraro, la Zerbetto, tutte fabbriche dove i lavoratori erano già rappresentati dalle commissioni interne.  

Franco, che non aveva ancora concluso la sua esperienza di giornalista, decise di impegnarsi a fondo per il rafforzamento della democrazia in fabbrica, per la costruzione del Partito e del sindacato dove non c'era o dove era ancora debole, come alla Saimp, all'Utita di Este, alla Zilmet e alla Sifra di Limena, e in altre aziende della ZIP, dove gli incontri con gli operai si svolgevano spesso al bar del self-service e dove ci venivano spesso a dare una mano i compagni delle Officine Stanga.

Per avere da un lato un rapporto ampio con tutti i lavoratori, ed anche con il movimento studentesco, decidemmo di dar vita, laddove ancora nulla esisteva se non la presenza di alcuni compagni che erano cresciuti politicamente nelle sezioni territoriali di appartenenza, ai comitati unitari di base e ai collettivi operai e studenti comunisti. Sorti dapprima in fabbriche come la  Precisa, la Rizzato e la Zedapa, dove da lungo tempo ristagnava od era assente la vita sindacale e politica, i comitati si sono via via estesi a varie altre fabbriche, assumendo caratteristiche diverse a seconda della storia e del tipo di classe operaia con cui si trovavano ad operare. L'idea dei comitati traeva spunto dalla spinta dal basso per nuove forme di democrazia che erano nate nelle grandi fabbriche di Torino e di Milano, dove però, in alcuni casi, avevano assunto un ruolo velleitario di contropotere e in una certa misura si mettevano in contrapposizione al ruolo del sindacato. Devo dire che, soprattutto per l'acuta intelligenza e lungimiranza di Franco Longo, supportata spesso dall'estrosa creatività di Elio Armano, noi del PCI di Padova non abbiamo fatto esperienze fotocopia: ci abbiamo messo molto, anzi moltissimo del nostro: nel modo di approcciarsi agli operai, nel modo di ascoltarli, di ragionare e discutere, nel modo di informare sui problemi, sulle carenze, sulle prevaricazioni e talvolta prepotenze di una parte del mondo padronale. Mai abbiamo pensato di contrapporci alle organizzazioni sindacali; la nostra fu un'esperienza di stimolo, qualche volta anche di critica, in special modo verso posizioni a volte estremiste e corporative della FIM, ma abbiamo sempre lavorato nella consapevolezza che tutto ciò serviva a dare più forza e capacità di rappresentanza al sindacato e alla spinta unitaria che veniva dal basso. Insomma, se ci fu un esito positivo delle lotte operaie di quel periodo, anche qui a Padova, fu anche per merito dell'iniziativa del PCI a guida Franco Longo.

In alcune fabbriche, come la Rizzato, la Zedapa, la Zerbetto e la Precisa, i vari comitati hanno teso sempre più a superare i limiti che in essi si riscontravano e, unificandosi, hanno creato il comitato unitario di zona della Stanga, la cui funzione è stata quella di ricercare continuamente, all'esterno della fabbrica, quelle alleanze senza le quali la classe operaia si sarebbe ben presto trovata isolata e forse sconfitta. Gruppi di operai delle varie fabbriche hanno in quel periodo distribuito, a più riprese, nello snodo stradale della Stanga, decine di migliaia di volantini nei quali si spiegava il perchè gli operai erano in lotta. Sono penetrati poi nei quartieri popolari, in Via Pescarotto, alla case minime, al quartiere Forcellini, al Portello. Hanno suonato i campanelli casa per casa, hanno consegnato il volantino, hanno spiegato alle casalinghe chi erano e che cosa volevano, sono stati accolti in molte famiglie e hanno fatto politica, hanno cioè discusso dei problemi che non erano solo degli operai, ma che erano comuni a tutti: l'adeguamento dei salari, i prezzi, gli affitti, la casa e il cattivo governo del Paese. Gli operai, nel comitato, fanno dunque politica, cercano e trovano una strategia delle alleanze, spostano la lotta dalla fabbrica alla società e investono anche le assemblee elettive, i consigli comunali e provinciali, dove chiedono solidarietà per le lotte e i sacrifici che stanno facendo. Ricordo in particolare quando una foltissima delegazione di operai rappresentanti di varie fabbriche andò a chiedere un sostegno concreto al Consiglio Comunale di Padova e al sindaco di allora Cesare Crescente: fu un incontro un po' turbolento, ma che ottenne un primo risultato, lo stanziamento di venti milioni per sostenere la difficile situazione di chi si trovava da mesi senza salario.

Per tutto questo il ruolo svolto dal PCI fu determinante e fu anche per questo che molti di quegli operai si iscrissero allora al Partito Comunista.

L'assidua presenza nostra in molte fabbriche, penso ad esempio alla Rizzato e all'Utita di Este, fu anche un grande deterrente contro la penetrazione dei gruppi più estremistici nelle fabbriche. Non è forse un caso se a Padova i gruppi di Potere Operaio, che erano fortissimi all'Università, nonostante molti tentativi (il compagno Santi della Rizzato in una sua memoria sulla storia di quell'azienda ne cita uno andato fallito), non sono mai riusciti ad avere proseliti nelle fabbriche padovane. Non è stato così in altre realtà, come ad esempio a Porto Marghera.

Qui a Padova infatti i comitati di base li avevano costruiti gli operai che avevano uno stretto collegamento con la Federazione del PCI e che alla Rizzato si chiamavano Carlo Checchini, Paolo Santi, Udino Garbinato, Gianpaolo Trovò, Franco Masilli. Alla Zedapa si chiamavano Rino Schiavon, Gianni Lion, Ivano Mozzato, Giorgio Benvegnù, Eligio Bergamin, Maffeo Businari.Alla Precisa Silvio Cecchinato, che ben presto diventerà ferroviere. Tutti compagni che costruirono le cellule del PCI all'interno della fabbrica e poi le prime forme di organizzazione unitaria del sindacato. Forse questo ha impedito che prima Potere Operaio e successivamente la ben più pericolosa dal punto di vista eversivo Autonomia Operaia, fosse solo nel nome, e non nei fatti, vicina al movimento dei lavoratori padovani. Insomma il PCI di Franco Longo costruì nelle fabbriche una prima barriera insormontabile che impedì all'estremismo violento, che ebbe anche qui a Padova, alcuni anni dopo, conseguenze drammatiche, di trovare una sponda alle loro azioni di supporto al terrorismo.

Le cellule del PCI di fabbrica, sull'onda del movimento che avrebbe poi portato al famoso autunno caldo del '69, crebbero di numero anche dove avevano già una forza consistente: alle Officine Meccaniche Stanga, dove il comunista Bepi Ferro era il nuovo indiscusso leader di quella grande  prestigiosa azienda produttrice di carrozze per le ferrovie e per le metropolitane. Alla Zerbetto, dove il padrone era stato un importante capo partigiano e dove ancora lavorava come operaio un altro protagonista della resistenza padovana, Aronne Molinari., lì la sezione del PCI era cresciuta con il contributo di compagni come Alberto Boscagli, Franco Simionato, Giano Pagnin, Lorenzo Maccarone, Parancola, Barchesi.. Alle Officine Galileo di Battaglia, altra prestigiosa fabbrica della nostra provincia ad altissima qualificazione professionale dove si facevano i grandi interruttori per l'alta tensione e dove c'erano Bruno Bertin, Borile, Brunazzo, Silvio Finesso, Edoardo Schiavo,.Duilio Martin detto il poeta e successivamente Aldo Donà detto Buba, Carla Finesso, Florindo Rocca e Sergio Grava: qui, alla fine degli anni 60 la Sezione del PCI di fabbrica contava sui 160 iscritti. Alla Peraro, dove c'era una cellula legata alla sezione Furio da Re e dove Armando Trentin era già un punto di riferimento importante per le lotte che la vi furono soprattutto sul problema della salute in fabbrica e dell'impatto inquinante sul quartiere. Lì gli operai trovarono degli alleati preziosi nei medici di medicina del lavoro, allora diretta da Edoardo Gaffuri. Ma voglio ricordare anche il compagno Silvano Orfano, che fu un leader della nuova Peraro For sorta a Rovigo. Ed infine la Saimp, la fabbrica di macchine utensili dove la cellula di fabbrica del PCI era costituita da operai e tecnici quali Luigi Loreggian, Adriano Apollinari, Adriano Bortolami, Luciano Gallinaro, Eros Rolle, Lorenzo Fusto, Zampieri. A proposito della Saimp e delle difficoltà che ha attraversato nonostante la elevata qualità della produzione, Franco diceva che occorreva battersi per un nuovo tipo di sviluppo fondato sull'industria pubblica che assicuri sviluppo all'industria qualificata. Non è stato ascoltato e le conseguenze si vedono: ora al suo posto sta nascendo un nuovo inutile ipermercato.  

Il 68 fu caratterizzato a Padova come a livello nazionale da un continuo estendersi delle lotte operaie. Il 69 iniziò con due successi: il superamento delle zone salariali e la nuova legge sulle pensioni. La primavera del 69 vide la conquista del diritto di assemblea in numerose fabbriche. Con la scadenza del rinnovo dei contratti si giunse all'autunno caldo, quando vengono poste alcune grandi questioni: l'aumento dei salari, la settimana di 40 ore, nuovi diritti nelle fabbriche, la riforma della casa e quella sanitaria, l'alleggerimento fiscale sulla busta paga. Temi che furono al centro dello sciopero generale del 19 novembre del 69. Abbiamo conosciuto allora il più grande movimento di scioperi della storia del nostro Paese. E a quell'appuntamento noi comunisti padovani , per merito di dirigenti come Franco Longo e dei nuovi leader operai, molti dei quali resteranno per decenni un punto di riferimento per il movimento sindacale e democratico, non ci siamo fatti trovare impreparati. Alla Rizzato vi furono otto mesi di sciopero, dei quali un mese ad oltranza dopo il licenziamento per rappresaglia di Franco Masilli, con un presidio operaio davanti ai cancelli che vide momenti di grande tensione ma anche di grande solidarietà. Il giornalista Longo scrive su l'Unità del 15 maggio 1970: “tutto l'impero delle biciclette è paralizzato dallo sciopero organizzato dal comitato unitario di base sindacale. La lotta per il premio di produzione, iniziata da più di tre mesi e inaspritasi dopo le feroci rappresaglie, si allarga in forme articolate a tutti i 1500 lavoratori di Via Venezia, Via Pellico e nelle carceri di Piazza Castello, dove lavorano i detenuti”. E il 24 maggio Longo descrive su l'Unità la visita che fece Enrico Berlinguer alla tenda presidio degli operai in lotta. Pochi giorni dopo quella visita, il primo giugno 1970, Rizzato cede, firma il contratto e si chiude positivamente una lotta che è stata emblematica per tutto il movimento operaio padovano. Alla Rizzato in quel periodo c'è una cellula di Partito che ha la consistenza di una sezione, con trenta iscritti.

L'impegno della commissione fabbriche del PCI verso la Rizzato fu davvero grande, ma eravamo in quel periodo impegnati su molti fronti: alla Viscosa dove lavorava la compagna Regina Archesso, alla Precisa della ZIP, e in due grandi fabbriche di abbigliamento del nord padovano: la Belvest di Piazzola (dove incontrammo Tersilla Zorzi e Renata Serafin, poi diventate attiviste e dirigenti del Partito) e la Hesco di Trebaseleghe, fabbriche dove centinaia di giovani operaie accoglievano i nostri volantini con sempre maggiore interesse, alla Zilmet di Limena, alla Olmar, all'Eurofur di Cervarese S.Croce, alle officine di Cittadella, e alla Carraro di Campodarsego, all'Anselmi di Camposampiero, alla Longato di Rubano, alla Vantini di Albignasego, nella quale  trovammo la preziosa collaborazione del  compagno Contiero.

Naturalmente non trascuravamo le Officine Stanga , dove almeno una volta alla settimana ci recavamo anche a diffondere l'Unità in mensa, e un giorno ci capitò di venderlo anche al proprietario Dino Marchiorello. E la Galileo, dove a volte chiamavamo per telefono Silvio Finesso, che aveva una grande capacità oratoria e molta determinazione e per questo lo portavamo a Padova per farlo intervenire nelle accese assemblee studentesche che si svolgevano nell'aula E dell'Università , dove si faceva ascoltare da tutti, e non era facile per uno del PCI.

Ma vi fu un'altra fabbrica che in quel periodo impegnò moltissimo Franco Longo, il sottoscritto ed Elio Armano, la Zedapa, nota ai padovani come la fabbrica “dei botoni”.  Lì, dice Maffeo Businari nella intervista fattagli al Luccini, “Longo e compagni hanno fatto un capolavoro perchè c'era tutto da costruire e tutto è stato costruito: il comitato di base, la cellula del partito, la nuova commissione interna, il nuovo contratto e poi, nel 1970, il Consiglio di fabbrica”. Il PCI, dice Maffeo, “in questo caso ha preceduto il sindacato”: Longo traduceva nei volantini e nei giornaletti il racconto di noi operai sulla realtà di fabbrica. Armano li arricchiva con le sue straordinarie vignette”.

E Rino Schiavon, che lavorava alla Zedapa fin dal 1960, ricorda che un giorno, nell'estate del 67, “Longo mi fece notare che la Zedapa era non solo una delle più grandi fabbriche della città, ma era anche l'unica in cui non esisteva nessuna presenza sindacale organizzata. Io, dice Rino, che ero già iscritto al PCI nella Sezione di Voltabarozzo, lo presi come un rimprovero: cominciammo così ad organizzarci... ricordo con quale pazienza e pacatezza Franco sapeva discutere anche con i lavoratori più impregnati di qualunquismo e di atteggiamenti antisindacali”.

La presenza nostra davanti alla fabbrica durò per mesi e mesi e spesso venivano a darci una mano nel volantinaggio anche alcuni studenti, ricordo per tutti Adolfo Omodeo, che frequentava la facoltà di psicologia. Con Franco, insieme a Rino Schiavon  e agli operai del comitato di base organizzammo alla fine dell'orario di lavoro, le assemblee di turno, nella sede dell'ANPI in Via Scrovegni, a pochi passi dalla Zedapa. La saletta dell'ANPI era sempre stracolma. Ricordo che Virginio Benetti, giustamente geloso ma forse un po' troppo della bella sede dei partigiani, controllava severamente che tutto rimanesse in ordine. Alle riunioni veniva costantemente invitato il compagno Dante Perin, che era allora il segretario della FIOM. La coscienza sindacale e politica dei lavoratori della Zedapa crebbe rapidamente. Rino e compagni presentarono ben presto le prime rivendicazioni salariali e normative, ma fu soprattutto l'esigenza di avere una commissione interna non più manovrata dal padrone a far scattare la molla della protesta e della lotta. Fu Franco a scrivere a caratteri cubitali sul vecchio muro della birreria di fronte: SCIOPERO! E tutti scioperarono.

Finalmente ce l'avevamo fatta. “Franco – ci dice oggi Rino Schiavon – ci fece poi comprendere che i lavoratori non potevano accontentarsi di essere solo sindacalizzati. Essi avrebbero potuto svolgere il loro compito storico di rinnovamento della società impegnandosi anche nella politica. Costituimmo così la Sezione del PCI che arrivò a una sessantina di iscritti”.

Con l'arrivo alla Zedapa di Maffeo Businari, nel 69, si intensificò ancor più l'attività del Partito dentro la fabbrica: Maffeo portava i nostri volantini, che prendevano di mira soprattutto un capo un po' psicopatico,  e anche decine di copie dell'Unità dentro la fabbrica. Furono organizzate gite al museo dei Cervi  e alla risiera di S.Sabba. Nel 77  Businari sarà chiamato a lavorare in Federazione del PCI dal segretario provinciale Franco Longo.

Ma voglio a questo punto, per finire, ricordare due tappe fondamentali del percorso politico che ha portato Franco Longo a trasformarsi da bravissimo giornalista a dirigente stimato e apprezzato da tutti non solo per le sue qualità politiche, ma anche e soprattutto per quelle umane. La conferenza operaia di Milano del 1 marzo 70 e quella successiva di Genova del febbraio 74. Sia la prima che la seconda furono conferenze entusiasmanti introdotte e concluse da due grandi dirigenti del PCI: Fernando Di Giulio ed Enrico Berlinguer. A Milano c'erano 6512 delegati, eletti dagli operai comunisti di 2127 fabbriche italiane. Un dibattito tra i protagonisti delle lotte dell'autunno operaio del 69 e non una discussione sugli operai. La conferenza si svolse  mentre il tentativo della DC di costituire un nuovo governo quadripartito stava fallendo. L'Unità così titolava: “gli operai comunisti elemento insostituibile delle lotte unitarie nelle fabbriche e nel Paese”. Con la delegazione padovana guidata da Longo c'era anche Lino Zancanaro, operaio della Lorenzin poi diventato un dirigente del PCI, il cui intervento è pubblicato insieme agli interventi dei leader operai delle più grandi fabbriche italiane, in un testo degli Editori Riuniti che Udino Garbinato conserva gelosamente.

Dice Di Giulio in apertura dei lavori:

“E' giunto il momento per la classe operaia di dar vita a un nuovo grande movimento per rinnovare l'organizzazione dello Stato, liquidando ogni forma di autoritarismo e applicando, fino in fondo, i principi della Costituzione. Occorre partire dalla Regione, per allargare il potere ai comuni a tutti i livelli ... E' necessario che tutta una parte dei quadri operai che sono maturati in queste lotte si rendano conto che è anche compito loro uscire dalla fabbrica ed assumere la tutela degli interessi dei lavoratori all'interno dei consigli comunali, provinciali e regionali”

Ed Enrico Berlinguer, nelle sue conclusioni, disse fra l'altro: “le lotte d'autunno hanno dato preziosi insegnamenti, ad esempio, sul nesso fra forme di democrazia diretta e di democrazia politica e rappresentativa... C'è chi parla, a sproposito, di una contrapposizione che si vorrebbe instaurare fra le assemblee di fabbrica,  le nuove forme di democrazia operaia, da un lato e le organizzazioni di classe e politiche e le istituzioni democratiche dall'altro lato. La petulanza di queste posizioni non riesce a nascondere un dato di fatto: che in ogni fabbrica, dove la partecipazione dei lavoratori è cresciuta e si è tradotta in nuove forme di democrazia, là è cresciuto il rapporto tra i lavoratori e l'organizzazione sindacale ed è cresciuta anche l'influenza dei comunisti, il prestigio dei nostri militanti, la forza organizzata del nostro partito”.

Franco longo fece tesoro di queste indicazioni e molti dei nuovi quadri operai padovani entrarono ben presto a far parte delle amministrazioni locali.

Non molto tempo dopo la Conferenza operaia di Milano fu approvato dal parlamento lo Statuto dei diritti dei lavoratori, che è una tappa fondamentale nella storia della lotta per la democrazia italiana.

Alla Conferenza operaia di Genova di quattro anni più tardi, quando il tema era il rapporto fra fabbrica società e stato e lo slogan “i lavoratori alla direzione del Paese” andammo con nuovi compagni, fra i quali c'erano Tosca Cecchinato, Sergio Grava, Udino Garbinato, Luciano Gallo, Florindo Rocca e Luciano Gallinaro che nel 75, quando Longo divenne segretario provinciale, passò dalla direzione dell'FLM alla direzione della commissione fabbriche della Federazione.

Molto avrei ancora da dire sul contributo di Franco e di molti operai comunisti padovani alla crescita della democrazia, ho voluto questa sera limitarmi a parlare di quel periodo ormai antico, ma che non è affatto passato, perchè questo presente ci dice che tante di quelle cose che abbiamo conquistato allora con lotte e sacrifici, saranno preziose anche per le generazioni future, per questo bisogna  che tutti insieme, certo adattandole ad una realtà profondamente cambiata, le difendiamo con tutte le nostre forze.

 Eugenio Girardi

 

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